Sì, sì, e quindi?

Scritto il 4.12.2007
Argomenti: Scritture

E’ tempo che riprenda a scrivere. Non che ne abbia l’impulso, non propriamente almeno. E’ solo che devo.
Ieri ho festeggiato un amico che scrive. In una pizzeria dagli ampi spazi e dalle lunghe panche abbiamo sollevato le nostre pinte sul tavolo in segno di compiacimento e soddisfazione. Il primo romanzo: L'errore fatale nel sistemaCompiacimento perché lui, il mio amico, ha terminato il suo secondo romanzo. Soddisfazione perché ha trovato l’editore, Meridiano Zero, e ha anche firmato il contratto. Tutti noi presenti - cinque persone in tutto - potevamo ben dire di aver assistito alla nascita di un progetto e alla sua realizzazione. Potevamo anche sostenere di aver contribuito, seppur marginalmente, al suo completamento.
Ora, ieri confessavo al mio amico che da tempo io invece non scrivo. Almeno due mesi, se non di più.
A ben vedere questo blog è un pò la cartina di tornasole di come procede la mia disciplina creativa. Se qui sono presente e se curo i miei interessi “letterari”, beh, allora vuol dire che scrivo, che non permetto alle idee di fuggire via senza che prima le abbia lavorate e siano divenute parte di me. Altrimenti… altrimenti come nell’ultimo periodo vivo cercando di dimenticare che ho bisogno di un motivo per alzarmi la mattina…
Bla, bla, bla…
Le parole così come le sto scrivendo in questo momento aiutano solo me, e in fondo questo blog esiste per aiutarmi a non fermare il flusso dei miei pensieri.
Ma siamo sicuri? Mi aiutano poi?
Forse dovrei cominciare a scrivere di meta-letteratura, di progetti in gestazione, di personaggi a cui trovare uno spazio, di dialoghi a cui dare una voce. Forse questo mi aiuterebbe a raggiungere quell’unica cosa che sento di inseguire inutilmente: la disciplina nello scrivere.

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Corrispondenze

Scritto il 24.09.2007
Argomenti: Letture, Quotidianità

Nella foresta di simboli della vita capita a volte di inciampare in letture tanto diverse e lontane quanto stranamente collegate. Leggo in questi giorni Saturday di Ian McEwan e ho sorriso arrivando a questo passaggio in cui emerge l’aforisma che governa la vita di Theo, il figlio di Henry Perowne, il neurochirurgo protagonista della vicenda:

Saturday…On a recent sunday evening Theo came up with an aphorism: the bigger you think, the crappier it looks. Asked to explain he said, “When we go on about the big things, the political situation, global warming, world poverty, it all looks really terrible, with nothing getting better, nothing to look forward to. But when I think small, closer in - you know, a girl I’ve just met, or this song we’re going to do with Chas, or snowboarding next month, then it looks great. So this is going to be my motto - think small”.

[…Durante una recente domenica sera Theo venne fuori con un aforisma: più grande pensi, più incasinato diventa. Chiestagli una spiegazione lui disse, “Quando pensiamo alle grandi cose, la situazione politica, il riscaldamento globale, la povertà nel mondo, appare tutto davvero terribile, con niente che va migliorando, niente che sembra andare avanti. Ma quando penso piccolo, ristretto, sai no, una ragazza che ho appena incontrato, o questa canzone che stiamo facendo con Chas, o andare sullo snowboard il prossimo mese, beh allora sembra tutto magnifico. Così questo sta diventando il mio motto - pensa piccolo”]

Sempre di questo periodo è la questione del V-day organizzato da Beppe Grillo. Leggendo i vari commentatori sono incappato nelle considerazioni di Eugenio Scalfari, il deus ex machina di La Repubblica. Il grande intellettuale ad un certo punto nell’editoriale del 12 settembre afferma:

Eugenio Scalfari“Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell’individuo ridotto a folla e a massa, è di essere deresponsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi”.

Non so se lette così l’una dopo l’altra queste due citazioni lasciano anche a voi che mi leggete lo stesso cortocircuito, lo stesso paradosso, che ho percepito io. Da un certo punto di vista infatti sono profondamente avvinto dall’idea che per andare avanti, per vivere giorno dopo giorno, sia necessario guardare al mondo con la stessa logica di semplificazione che muove Theo. Dall’altra sono estremamente consapevole che la nostra società non può permettersi deleghe in bianco, non può permettersi che ognuno coltivi solo il proprio orticello non accorgendosi che dissodando il terreno rovina la falda acquifera alla quale tutti attingono…
Quindi?
Non ci sono risposte univoche, non ci sono certezze. Io per conto mio continuo a guardare al mondo intero come a un ecosistema nel quale ognuno deve essere consapevole del ruolo che svolge sia nel micro che nel macrocosmo in cui vive. Continuo a credere che sia fondamentale guardare con uno sguardo innocente e pensare piccolo quando si tratta della quotidianità e ad avere una visione d’insieme grande e complessa quando lo sguardo si allarga…

P.S.
Chiedo scusa ai miei lettori per questa invasione in territori che in genere esulano dai contenuti di questo blog…

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Servono persone capaci di trasferire il vecchio nel nuovo

Scritto il 30.08.2007
Argomenti: Letture

Una piccola coda al carteggio Hesse-Mann. Ecco un passo tratto dalla già citata prefazione di Thomas Mann all’edizione americana di Demian:

Nell’anno 1914, quindi verso la fine del libro, Demian dice all’amico Sinclair: “Ci sarà la guerra… Ma vedrai, Sinclair, questo non è che l’inizio. Ci sarà forse una grande, una grandissima guerra. DemianMa anch’essa sarà soltanto l’inizio. Ora incomincia il nuovo e per coloro che sono intimamente legati al vecchio, sarà spaventevole. Tu che farai?”. La giusta risposta sarebbe: ‘Sostenere il nuovo senza sacrificare il vecchio’. Meglio servono coloro che, conoscendo e amando il vecchio, sanno trasferirlo al nuovo…

La citazione di per sé è autonoma, autosufficiente, ma acquista maggior significato se inserita nel contesto storico. Il libro di Hesse è del 1919, è appena terminata la I Guerra Mondiale, l’Europa è chiamata alla ricostruzione. La prefazione di Thomas Mann all’edizione americana è del 1948, sono trascorsi solo due anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, un nuova ricostruzione è stata avviata e tutti sperano che non produca gli errori/orrori della prima.

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Il carteggio tra Thomas Mann e Hermann Hesse

Scritto il 28.08.2007
Argomenti: Letture, Aneddoti

Sto leggendo, e ho quasi terminato, un libro capitatomi per mano da alcuni giorni. Si tratta del carteggio tra Thomas Mann e Hermann Hesse.
Poco più di una settimana fà, passeggiavo per i Navigli in attesa di incontrare alcuni amici. Hesse-MannCome faccio di frequente in queste situazioni mi sono fermato a consultare gli scaffali del Libraccio. Per chi conosce Milano, sa che lungo l’Alzaia Naviglio Grande, superato il Vicolo delle Lavandaie, all’altezza di uno dei ponti pedonali, si trova un incrocio ai cui angoli il Libraccio ha da anni aperto due negozi l’uno di fronte all’altro. Da una parte si trovano i libri di narrativa, dall’altra la saggistica e la manualistica.
Di narrativa negli ultimi tempi ho fin troppi libri in attesa di essere letti, per cui sono entrato nel locale meno frequentato e mi sono messo a consultare qualche volume di fotografia e di cinema, senza alcuna intenzione di comprare alcunché. Ho girovagato tra gli scaffali abbastanza poco, conosco bene il negozio e so dove trovare i libri a me congeniali. Così mi sono ritrovato a sfogliare alcuni Art Dossier su Caravaggio e sugli Espressionisti ma in ultima analisi la mia attenzione era troppo vaga per soffermarmi su qualcosa di concreto e ad un certo punto mi sono ritrovato a guardare l’orologio. Pronto a uscire, con l’idea di passare un pò di tempo all’aria aperta, riponevo il volume sul sempre illuminante Caravaggio quando la mia attenzione si è posata sulla copertina di un libro delle edizioni SE.
Il dorso recava la scritta “102 Hesse-Mann Carteggio”. Senza troppa convinzione l’ho preso tra le mani e uno scrigno mi si è aperto davanti. Thomas Mann
Ho scoperto così l’intenso rapporto che ha legato i due scrittori tedeschi, entrambi premio Nobel, dalla fine del primo decennio del ‘900 fino alla morte di Thomas Mann avvenuta nel 1955.
L’introduzione scritta da Volker Michels ripercorre le fasi di un’amicizia che ha impiegato tempo per nascere essendo i due di estrazione e provenienza tanto diversa. L’autore dei Buddenbrook era infatti figlio di un Senatore e proveniva da una grande famiglia borghese tedesco-settentrionale attenta alla propria immagine pubblica. Hesse era invece nato dal matrimonio di due missionari della Germania meridionale e conservò sempre una visione ascetica e internazionale della vita.
Cosa li accomuna e rende in seguito tanto solido il loro legame?
Il pretesto per un loro incontro si deve all’editore tedesco, Samuel Fischer, presso cui entrambi pubblicano le loro opere. Con il tempo poi, va nascendo un rispetto reciproco l’uno per l’opera dell’altro, dimostrato inizialmente da alcune recensioni favorevoli di Hesse per Mann e in seguito, in direzione opposta, per la quasi venerazione che Mann mostra per l’autore di Demian, di cui inizialmente non conosce il nome perché il libro esce con lo pseudonimo di Emil Sinclair:

Quando il libro uscì – scrive Mann nella prefazione del 1948 all’edizione americana – io scrissi all’editore berlinese S. Fischer, che era anche il mio, chiedendo con insistenza spiegazioni su quest’opera sorprendente e domandando chi fosse “Sinclair”. Il vecchio mentì con onestà: disse di aver ricevuto il manoscritto dalla svizzera tramite un intermediario. Lentamente però la verità emerse, dapprima su basi di critica stilistica, in seguito anche a causa di indiscrezioni. Ma soltanto la decima ristampa uscì con il nome di Hesse.

Nel corso degli anni poi le rispettive vicissitudini durante i due conflitti mondiali forniscono il terreno per consolidare la loro amicizia. Hermann Hesse
Hesse si era trasferito in Svizzera e ne aveva preso la cittadinanza in seguito alla presa di posizione antinazionalista dimostrata nel corso della guerra del ‘15-’18. Mann dal 1933 dovette auto-esiliarsi e nel 1938 si trasferì quasi definitivamente negli Stati Uniti. Proprio a cominciare dal suo esilio la loro corrispondenza comincia a infittirsi e soprattutto all’inizio si percepisce un rispetto quasi reverenziale di Mann per l’autore di Siddharta, tanto che Mann – che ha già ottenuto il premio Nobel nel 1929 – a più riprese durante l’ascesa del Nazismo incoraggia l’accademia di Stoccolma a premiare con il Nobel Hesse, motivando la proposta non solo sulla base dell’alta considerazione che ha nell’opera dell’amico, ma anche come presa di posizione politica contro gli orrori della Germania di Hitler. Inutile dire che i suoi richiami rimangono inascoltati fino al 1946, quando la guerra è ormai finita.

La lettura permette di respirare il significato di un carteggio che con l’avvento della posta elettronica ha perso il suo significato e fornisce anche piccoli lampi mostrando come i due scrittori parlino delle loro opere prima, durante e dopo la loro gestazione. Emerge in particolare uno strano parallelismo tra Il giuoco delle perle di vetro che Hesse pubblica nel 1942 e il Docktor Faustus uscito nel 1947.
Annota infatti Mann nel suo diario dopo aver letto l’opera dell’amico:

In un certo senso sono spaventato. La stessa idea della biografia simulata. Sempre sgradevole ricordare che non siamo soli su questa terra.

E poi il giorno seguente:

Le connessioni sono sbalorditive. Il mio è molto più acuminato, tagliente e comico-triste. Il suo è più filosofico, sentimentale, religioso, sebbene non privo del distacco umoristico dell’interposto redattore e di una comicità relativa ai nomi.

(…)

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Woody parla di Bergman

Scritto il 24.08.2007
Argomenti: Cinema

La Repubblica ha pubblicato ieri la traduzione di un testo in cui Woody Allen ricorda Ingmar Bergman e i lunghi colloqui telefonici che i due cineasti hanno avuto negli anni. Allen
Allen ha sempre mostrato una certa passione per il regista svedese, tanto da cercare in più riprese di realizzare film che avessero la stessa struggente poesia, e lo stesso tragico senso estetico (vedi Interiors, Stardust Memories, Settembre ma anche per altri versi il recente Match Point). In questo suo documento - quasi un coccodrillo chiestogli da più parti - il regista newyorkese usa un tono serio, pacato, che mai gli avevo sentito usare in pubblico.

Qualche volta ho scherzato dicendo che l’arte era come il cattolicesimo degli intellettuali, forniva il desiderio di intravedere una vita dopo la morte“, scrive e poi aggiunge, “è certo che i film di Bergman continueranno a vivere e a essere visti nei musei e in televisione e venduti in Dvd. Ma, conoscendolo, questa non poteva che essere una magra consolazione e sono sicuro che avrebbe barattato con piacere ognuno dei suoi film per un ulteriore anno di vita“.

Quello che si percepisce dalle sue parole è una profonda reverenza, un attento rispetto per una persona, Bergman, che lui ha sentito vicina come poche altre e che, come poche altre gli è stata di insegnamento.

Parlavamo sempre di film e naturalmente lasciavo parlare lui la maggior Match Pointparte del tempo, perché sentivo che era un privilegio ascoltare i suoi pensieri e le sue idee“.

Per chi conosce un pò la storia del cinema sa bene come il loro rapporto sia sempre stato quello tra il discepolo e il maestro e nonostante la loro cifra stilistica sia tanto distante è accomunata da non pochi fattori, primo fra tutti l’approfondimento psicologico che i due usano in modi diversi.

Allen non fa mistero di essere un ipocondriaco maniacale e di aver sempre usato la psicanalisi come contesto naturale per la sua ironia. E’ vero che la sua ricerca artistica si è sempre confrontata con l’opera più sottile di Bergman, in cui l’approfondimento interiore era elemento trainante dell’indagine individuale dei personaggi. Ma è proprio su questo punto che risulta evidente lo scarto fra i due.
Mentre nelle sceneggiature di Bergman l’analisi interiore è un forte fattore di “azione”, di trasformazione e di crisi, in Allen è parte integrante dell’ambientazione, non c’è spazio per una reale trasformazione dei personaggi perché questi usano dall’inizio alla fine le manie e le nevrosi come naturale sfondo dei loro comportamenti.

Ora senza andare troppo in profondità nell’analisi dei loro differenti stili ritengo comunque scontato che entrambi a loro modo abbiano fornito un grande contributo alla settima arte. Bergman
Ecco perché resto stupito nel sentire Allen quando dice: “lui era un genio e io non sono un genio”, e poi ancora, “la genialità non può essere insegnata”.
Nulla di più strampalato a mio avviso perché il buon Woody era, è, e sarà - spero per lungo tempo - un regista ispirato, con il dono di creare magie e colpi di genio (come già sostenevo qui!)

L’articolo comunque va letto tutto d’un fiato e può essere apprezzato da tutti gli amanti del cinema e più in generale delle arti, perché rimarca nel finale un discorso a cui tengo molto e che sempre più spesso ho incontrato e incontro nelle vite di scrittori e registi: la necessità di essere ostinati, di faticare per ciò in cui si crede e di crearsi una disciplina:

Una cosa sono riuscito ad apprendere da lui, qualcosa che non dipende dalla genialità e nemmeno dal talento, qualcosa che può essere nei fatti imparata e sviluppata. Parlo di ciò che spesso si chiama con poca precisione etica del lavoro, ma che in realtà è semplice disciplina.
Ho imparato dal suo esempio a cercare di fare il meglio possibile in un dato momento, senza cedere all’assurdo mondo dei successi e dei flop, senza rassegnarsi a entrare nello sfavillante ruolo del regista, realizzando invece un film per poi passare a quello successivo. Bergman ha girato nella sua vita circa 60 film, io ne ho girati 38. Se non posso raggiungere la sua qualità, forse potrò avvicinarmi alla sua quantità
“.

(Vai al ricordo di Woody Allen su Ingmar Bergman su La Repubblica)

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Il buon Jack su Antonioni

Scritto il 1.08.2007
Argomenti: Cinema, Aneddoti

“Ci faceva sentire il silenzio nell’oasi del Sahara dove la troupe ogni sera mangiava cibi venuti dall’Italia mentre il mio regista, un padre, un amico, e soprattutto un maestro per me, continuava con i suoi occhi attenti a vedere e a farci ’sentire’ le sue inquadrature”, così sul Corriere della Sera Jack Nicholson ricorda Michelangelo Antonioni e la lavorazione di Professione Reporter.Fotina
E’ uno sguardo inedito per me, perché non conoscevo la venerazione del buon Jack per il regista italiano. Dice ancora: “Michelangelo poteva anche aver detto ironicamente ‘Gli attori sono mucche e tu li devi guidare attraverso steccati’, ma se ti incastravi nelle sue visioni, potevi essere l’attore più completo e creativo del mondo”.
Lo trovo sorprendente, penso che sia la migliore medicina per me alla scomparsa di Bergman e Antonioni.
Sentire Jack parlare così mi umanizza la sua figura, e in un gioco delle ricorsioni rende mortale ciò che di grande vedo nei due registi scomparsi. E’ quello di cui avevo bisogno, mi serviva che qualcuno dicesse - riuscisse a farmi sentire - che la responsabilità del mondo è caduta nelle mani di qualcun altro. FotinaE che questo qualcun altro è all’altezza. Jack, registi come Lars Von Triers o Kim Ki-duk, altri autori, attori, artisti. Anche in noi stessi.
Se loro sono venuti meno, beh ci siamo noi che abbiamo più lavoro da fare, è questo che voglio leggere nelle parole del vecchio, caro, irresistibile Jack.
“L’Europa e il mondo devono tantissimo al mio maestro, che amava l’arte, la pittura, la vita, la bellezza, le persone”, afferma ancora, e poi riferito a Professione Reporter: “questo è ancora il film che amo di più e che considero l’avventura più forte che io abbia mai avuto”.
Wow, sì, così!
Riporto tutto per mia futura memoria. Per ricordare come un mio mito guarda verso un suo mito, e in questo gioco di sguardi si riflette sempre un’unica verità: la vita, con le sue sfaccettature e con i suoi corsi e ricorsi.

Guarda l’intervista a Jack Nicholson sul Corriere della Sera

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Anche Antonioni se ne va… e chi resta?

Scritto il 31.07.2007
Argomenti: Cinema, Quotidianità

C’è dell’umorismo macabro nella Morte – intendo il personaggio di Bergman de Il settimo sigillo. Ieri mattina si prendeva il regista svedese, poi in serata è passata per l’Italia e si è portato via Michelangelo Antonioni. Certo Antonioni aveva 94 anni e negli ultimi vent’anni, in seguito all’ictus, aveva perso il suo smalto. FotinaMa era pur sempre l’artefice di quella poetica detta dell’incomunicabilità che per me ha raggiunto l’apice nel piano sequenza finale di Professione Reporter.
Non amavo alla follia l’opera di Antonioni. Non era tra gli autori che mi hanno catturato a livello istintivo, non c’era affinità tra me e lui, eppure…
Eppure ho imparato ad apprezzarlo, ad amare le scene silenziose in cui il suo occhio vagava alla ricerca del senso di ciò che accade: la scomparsa di un affetto, il senso delle relazioni umane, l’idea che abbiamo della nostra vita.
E poi c’era la fotografia. Le inquadrature di Antonioni erano puntuali, severe per molti versi, ma comunque precise. Ho apprezzato più i suoi film a colori che non quelli in bianco e nero. A cominciare proprio dalla pellicola del ‘75 con Jack Nicholson e Maria Schneider. Ma anche Blow Up e Zabrizkie Point lì ho preferito ai vari La notte o L’Avventura. Era come se i colori del mondo mi aiutassero a sopportare meglio quell’incomunicabilità.
Forse, più semplicemente, dipendeva dal rigore di una fotografia che toglieva tutto l’inessenziale e che per questo diventava claustrofobica.
Poi a dirla tutta ho amato molto Al di là delle nuvole, ma credo che lì ci fosse una forte impronta di Wim Wenders…
Comunque, superando tutto, oltrepassando anche l’idea che questo blog si stia trasformando in un prontuario di annunci funebri, Antonioni mi mancherà e penso che per lui valga in parte quanto scrivevo ieri per Bergman…

Guarda la notizia su Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero, Il Giornale, L’Unità, RAI

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E’ morto Bergman… no, no, noooooo!

Scritto il 30.07.2007
Argomenti: Cinema, Quotidianità

Interrompo tutto quello che sto per fare per segnalare che è morto Ingmar Bergman. Non ci credo, non voglio crederci, no.
Sono quelle notizie che non mi aspetto, anche se lui aveva 89 anni.
Fotina
La cosa mi pesa tanto e più della morte di Mastroianni, un filo meno di quella di Kubrick. Sento che sta per crollare il mondo. Uno dei miei miti muore e sò che il mondo ha qualcosa di grandioso in meno.
In questi anni ho dato lentamente credito all’idea che il presente attraversi una fase di decadenza. Ho anche pensato “bene, sono questi in genere i periodi in cui nascono i germogli culturali che danno la spinta verso il futuro”.
Oggi più che mai vedo quanto la decadenza sia invece un imbruttimento del mondo che ci circonda. FotinaLa scomparsa di Bergman equivale alla scomparsa di una stella nel cielo, equivale al crollo di una delle cime di Lavaredo, alla desertificazione dell’Amazzonia. E’ come se il pianeta perdesse una delle sue bellezze, peggio, è come se venisse meno uno stimolo a migliorarsi, a creare qualcosa che non è, come se il destino dell’umanità si increspasse e rischiasse di essere compromesso per sempre.
Certo parlo con dolore perché non ci sarà più un nuovo film dell’autore di Sussurri e grida - che per inciso quando vidi, mi tolse talmente il fiato che pensai di non essere più in grado di respirare. Parlo con sofferenza perché Fanny e Alexander mi ha incantato come poche pellicole. Parlo con tristezza perché l’intensità de Il posto delle fragole o de Il settimo sigillo non avranno più modo di essere parte di qualcosa di nuovo.
Bergman, Ingmar Bergman, parliamo di lui, diamine!
No, no, noooooo… non ci voglio e posso credere.
Mi sembra di fare il conto alla rovescia, di avere dei miti e di perderli come le tessere di un mosaico…
Lo so, è solo un momento di sconforto. In fondo le stelle muoiono, le stelle nascono. Eppure, allo stesso modo di quando seppi della morte di Kubrick, sento che mi hanno strappato qualcosa dentro…

Guarda la notizia su: Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero, La Stampa, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, RAI, BBC, CNN, The Guardian, International Herald Tribune, Le Monde, Liberation, Spiegel, Die Welt, El Mundo, El Pais

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Fotografia, teatro e danza - 6 -

Scritto il 24.07.2007
Argomenti: Luoghi, Aneddoti

Prima di parlare del sottile dolore che cominciai a provare in mezzo a quell’esplosione di creatività, devo parlare di Ciro.
La prima volta che misi piede nella scuola rimasi abbagliato dal luogo e da ciò che prometteva di essere: l’alto soffitto che finiva con un lucernario, Fotinail grande tavolo rotondo al centro del salone, le tovaglie a quadri bianchi e rossi, le candele sui tavolini. I ragazzi che facevano avanti e indietro tra il bar e il teatro, tra l’ufficetto e il bar, e chi invece si rincorreva con un copione in mano. Quella volta misi la testa dentro, ce la lasciai il più a lungo possibile, presi dei volantini e uscii quasi spaventato. Era troppa la sorpresa, troppo tutto insieme, in un unico posto.
La seconda volta, quella decisiva che mi convinse a iscrivermi, conobbi l’energia negli occhi di una persona che lì era di casa, Ciro.
E’ strano quanto io debba a quell’uomo e quanto poco sia stato in grado di dargli indietro.
Il giorno in cui decisi di iscrivermi lo feci dopo aver trascorso un’ora seduto con un’amica a uno di quei tavolini dalle tovaglie a quadri. L’avevo portata con me per mostrarle il posto e aiutarmi a decidere sul mio futuro. Chiacchieravamo amabilmente in un momento in cui dentro la scuola non c’era nessuno o quasi. Ciro era dietro il bancone, si occupava del bar che, come scoprii successivamente, era gestito dai ragazzi che tenevano in piedi la struttura. Lui era uno di questi. Anzi, a dirla tutta, era uno dei punti di riferimento della scuola.
Io e la mia amica conversavamo con una birra davanti, parlavamo di teatro. Lei recitava dal liceo e aveva concluso da poco un corso di dizione. Io ero quasi digiuno, se non per un’esperienza senza pretese esaurita nel breve arco di pochi mesi.
Ciro passava con disinvoltura da dietro al bancone ai tavolini. Puliva, metteva a posto, riapparecchiava. Poi a un certo punto prese il giornale, un plico di fogli, e venne a sedersi al tavolo accanto al nostro.
Sistemò il plico da una parte, guardò i titoli in prima pagina del giornale, lo sfogliò appena e lo ripose accanto a sé sulla panca. Poi riprese in mano i fogli.
Il suo volto, i suoi occhi, cominciarono a sorridere. Come guardò nella nostra direzione gli vidi una luce. Rideva quasi, aveva un’espressione di gioia e di sorpresa, ma pacata. FotinaMeglio, misurata. Era come se fosse emozionato e stesse degustando quell’emozione.
Scoperto dal mio sguardo aprì verso di noi uno dei fogli che teneva in mano. Era il disegno di un bambino. Dei tratti infantili riproducevano dei fiori, un prato e una persona al centro.
“Questo sono io” disse rivolto alla mia amica che si era girata in quel momento, “…o almeno dovrei esserlo”. Rise. Scosse la testa e ci mostrò gli altri fogli. Altri disegni di case, alberi, persone.
“Sono sorprendenti i bambini…”, riprese e da quel momento ci parlò delle sue due bimbe. Avevano quattro e un anno. Erano belle come la madre, diceva, e testone come il padre.
Non dimenticherò mai quel colloquio a tre in cui io e la mia amica intervenimmo a bocconi. Ogni tanto, quando terminava un discorso noi gli chiedevamo qualcosa, era solo per farlo continuare, perché non smettesse di parlare.
“Dove sono ora?”
“Con la mamma”, rispose e ricominciò con sorprendente vigore a raccontarci di come il giorno prima, la grande, quella di 4 anni, lo avesse aspettato a casa fin quasi alle 11 di sera per fargli vedere i suoi disegni.
“Dormiva in piedi. La testa cadeva e lei la tirava su ogni volta. Giù - mimava con la mano - e subito su”.
Era così preso da quella conversazione che fu naturale che venisse a sedersi tra di noi, con i suoi disegni e con le sue mani che si alzavano e si abbassavano e, Fotinain un certo senso, completavano i suoi discorsi. Era come se quello che dicesse non potesse essere raccontato senza i suoi gesti, e alla fine non erano solo le mani a muoversi, ma ogni sua fibra, ogni muscolo del volto e del corpo era coinvolto nell’atto di narrare.
Ciò che però mi rimase appiccicato addosso, ciò che conservo gelosamente nei miei ricordi, fu l’espressione del suo viso - quegli occhi spalancati - attraverso la quale faceva vedere anche noi. Come se parlando delle sue bimbe le avesse davanti, e noi attraverso di lui le stessimo guardando.
Oggi con il senno di poi sono sicuro che mi iscrissi a quella scuola grazie a lui. Durante quel breve incontro mi diede il senso del teatro e, inconsciamente, mi fornì un grande insegnamento. Mi fece vedere, chiaro come non mai, quello che stavo cercando come fotografo. Mi mostrò il nocciolo più profondo nascosto nelle persone, quella parte dell’io che si può vedere solo in coloro che fanno con intensità un’attività al punto da “essere” quell’attività.
Mesi dopo, quando ero ormai onnipresente come fotografo, Ciro mi chiese di entrare a far parte della compagnia teatrale nelle vesti di tecnico luci. Non ricordava più quell’episodio avvenuto il settembre precedente. Io sì, per questo accettai senza esitazione.

PS
Poi le ho ritrovate quelle foto…
Alcune sono su questo post, altre ne vedrete in seguito.
Purtroppo in nessuna di esse c’è Ciro.

continua…

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Fotografia, teatro e danza - 5 -

Scritto il 27.06.2007
Argomenti: Luoghi, Aneddoti

Qualche mese fa, quando stavo scrivendo questo breve racconto di ricordi, mi ero arenato perché mi mancavano delle foto. O meglio dovevo andare a recuperare le immagini scattate durante i corsi di danza. Fotina
Se non per questa che vedete qui accanto, non le ho trovate quelle foto. Non perché non le abbia più, ma perché di mezzo c’è stato, e c’è, un trasloco.
Non ricordo bene dove ero rimasto. Certo potrei leggere gli ultimi quattro post, ma non sono gli eventi che contano, è più il senso di ciò che volevo dire…
Immagino - perché ultimamente ne ho parlato con più di una persona - che quello che avessi davvero in mente di raccontare era il perché oggi non faccio più fotografie…

Riprendiamo da E.
Avevo iniziato a parlare di lui.
E., come dicevo, era il coreografo della scuola. Era anche l’insegnante dei corsi di danza. Era ed è tuttora tante cose: brasiliano, gay, estremamente allegro e, come ho avuto modo di apprezzare, una persona gioviale che non scaricava mai la tensione del lavoro in teatro sulle persone che gli erano intorno. Come dicevo ebbi l’ardire di chiedere a lui se potevo presentarmi con l’obiettivo durante i suoi corsi di danza.
Lui acconsentì.
Per capire meglio ciò che avvenne faccio un breve quadro.
Dopo un periodo di qualche mese come assistente per un fotografo di moda, mi trovavo in una scuola di teatro, creative writing e varie altre arti. Frequentavo il corso di scrittura ma mi ero appassionato alle lezioni di tecnica dell’attore. La scuola organizzava anche una serie di incontri con alcuni antropologi, musicologi, persone di cultura a cui assistevo con passione. Mano a mano, avevo chiesto di poter scattare fotografie durante tutte le attività, comprese infine le lezioni di danza…
Per rompere la poesia di questo idillio, preciso che c’era una retta da pagare, ed era anche abbastanza elevata… per mantenermi, dopo aver lavorato come informatico part-time per qualche tempo, lavoravo ora a tempo pieno come redattore presso una delle prime testate sul web.
Fatto sta che le ore della mia giornata erano densamente popolate. Il giorno lavoravo, e dalla sera fino alla notte - spesso inoltrata - andavo alla scuola… il tutto girando per la mia odiata-amata città attraverso stancanti spostamenti sui mezzi pubblici.
Al rientro a casa ero distrutto, mangiavo un boccone e mi infilavo sotto le coperte. Verso la fine di quel periodo mi era venuta la gastrite…
Beh, immaginatemi con l’acidità che fa su e giù tra lo stomaco e la bocca della gola, immaginatemi con una reflex russa degli anni ‘70, completamente manuale, tra le gradinate di un piccolo teatro. La luce è inesistente se non per alcuni faretti che bruciano le superfici che intersecano. Tanto più che le pareti e il palco sono neri e tutto ciò che non è nel cono di luce non esiste. Lavoro con un teleobiettivo e ho l’autorizzazione a fare i miei scatti purché non utilizzi il flash. Il corso di danza è variegato, tutti hanno un minimo di esperienza, ma alcuni sono davvero bravi, altri si vede, si muovono con un pizzico di goffaggine.
E. gestisce le musiche, mette a rotazione diversi CD in un piccolo stereo appoggiato su una sedia, fa alcune pause tra un brano e l’altro, spiega cosa vuole vedere e i movimenti che si aspetta che i corsisti facciano. Costruisce coreografie, interviene direttamente sul materiale umano in movimento. Il suo lavoro include la gestione delle luci.
Mi spiego.
Ha sistemato lui i faretti su una posizione fissa, e crea le sue coreografie spostando i movimenti dei corsisti in modo che intersechino la luce.
Io sono affascinato da quel lavoro, è simile al lavoro del fotografo per il quale lavoravo, ma ha un livello di complessità in più: c’è di mezzo il movimento.
Il fotografo posizionava le luci e creava uno sfondo. Il suo professionismo era nel controllo totale della qualità e quantità della luce su un’area abbastanza ristretta. E. lavora su un teatro di posa e il suo professionismo si basa sulla qualità del movimento. Ma non il movimento in generale, no, lui lavora sul movimento percepito. Quello cioè che emerge nel complesso del palco, nelle macchie di luce che lo inondano.
Usa il buio e la luce come pennelli sul corpo dei danzatori, ma mentre il pittore dipinge su una tela ferma, lui muove la tela su dei pennelli fermi. La tela, per lui, è una coreografia sul palco.
Mi domando ora, valeva la pena di avere la gastrite per questo?
O sì, valeva eccome.
Anche perché questo era solo l’inizio di un percorso di consapevolezza che mi ha portato più avanti a diventare il tecnico luci della scuola…

continua…

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